TFR: cos’è il trattamento di fine rapporto?

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Il trattamento di fine rapporto, quello che comunemente viene sintetizzato con l’acronimo TFR, è una somma di denaro che spetta ai lavoratori dipendenti che smettono di prestare servizio all’interno di un’azienda.

Esistono caratteristiche e norme che dovrebbero essere conosciute per poter stabilire a chi spetta il TFR, quale importo si deve aspettare il dipendente, con quali modalità può essere erogato e quale tassazione viene applicata all’importo lordo.

Nei seguenti paragrafi cercheremo di fare un po’ di chiarezza su questo importante tema caro sia a chi gestisce l’azienda sia al lavoratore.

 

Il trattamento di fine rapporto in cosa consiste?

Partiamo da una definizione di TFR molto semplice:

Il trattamento di fine rapporto, sigla TFR, detto anche liquidazione, è in Italia una porzione di retribuzione al lavoratore subordinato differita alla cessazione del rapporto di lavoro, effettuata da parte del datore di lavoro.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il trattamento di fine rapporto è una cifra di denaro definita con precisi parametri che viene corrisposta all’ex lavoratore dall’azienda per cui ha lavorato.

La prima legge riguardante questo diritto del lavoratore risale a quasi cento anni fa, più precisamente al 30 aprile 1927, e da allora ha subito diverse modifiche conservando, però, la sua funzione di assistenza economica a coloro che finiscono un rapporto di lavoro.

 

TFR dipendenti privati: solo loro ne hanno diritto?

Come si evince dalla definizione indicata nel paragrafo precedente e come la maggioranza dei lavoratori sanno, il trattamento di fine rapporto spetta solo ai dipendenti.

Il TFR è concesso a:

  • Lavoratori subordinati con contratto a tempo indeterminato
  • Lavoratori subordinati con contratto a tempo determinato
  • Dipendenti di aziende pubbliche
  • Dipendenti di aziende private

La cosiddetta liquidazione (termine non tecnico ma usato nel linguaggio comune) è dovuta sia a coloro che arrivano regolarmente al momento della pensione, sia a chi viene licenziato o a chi presenta dimissioni volontarie o ancora a chi termina il proprio contratto con l’azienda.

 

TFR in azienda o al fondo pensione

Dal 2007 il lavoratore può scegliere se mantenere il proprio TFR in azienda, così come era sempre stato prima di questa data, oppure affidarlo a un fondo pensione, quella che tecnicamente viene definita previdenza complementare.

Questa possibilità di scegliere deriva dal Decreto Legislativo 252/2005 “Disciplina delle forme pensionistiche complementari“.

Secondo la legge il lavoratore può fare diverse scelte per far gestire al meglio il proprio trattamento di fine rapporto. Sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali viene ben spiegato cosa può decidere il dipendente entro sei mesi dall’assunzione:

  • Destinare le quote di TFR ancora da maturare ad una forma pensionistica complementare;
  • Lasciare il TFR presso il datore di lavoro;
  • Non decidere nulla. In questo caso il datore di lavoro trasferisce il TFR maturando alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o contratti collettivi, salvo accordi aziendali diversi. Nel caso di presenza di più forme pensionistiche, il TFR è trasferito, salvo diverso accordo aziendale, al fondo pensione al quale ha aderito il maggior numero di dipendenti. In assenza di forme pensionistiche integrative collettive di riferimento, il datore di lavoro deve trasferire il TFR maturando alla forma pensionistica complementare istituita appositamente presso l’INPS (FONDINPS) (art. 9 del D.lgs. 252/2005);
  • Destinare il TFR futuro alla previdenza complementare anche in un secondo momento. Il TFR maturato resta accantonato presso il datore di lavoro e sarà liquidato al momento della risoluzione del rapporto di lavoro.

La legge è stata emanata con lo scopo di garantire un trattamento pensionistico migliore alla fine degli anni di lavoro. Infatti si parla di secondo pilastro del sistema pensionistico quando si fa riferimento alla previdenza complementare, proprio perché viene affiancata alla pensione di base che rappresenta il primo pilastro.

 

Come si calcola il TFR?

Il calcolo del trattamento di fine rapporto non è estremamente complicato, ma richiede alcune conoscenze di base e molta attenzione ai fattori da tenere in considerazione per ottenere il giusto risultato.

I dati che entrano in gioco nel calcolo del TFR sono:

  • Stipendio lordo annuo del lavoratore
  • Coefficiente fisso 13,5
  • Rialzo fisso dell’1,5%
  • 75% dell’inflazione rilevata nell’anno precedente

Per calcolare la quota del trattamento di fine rapporto maturata bisogna dividere per 13,5 lo stipendio lordo annuo. Questo vale per il primo anno di lavoro, mentre per i successivi bisogna aggiungere a questa operazione anche l’1,5% di rialzo fisso e il 75% dell’inflazione (ovvero l’aumento dell’indice Istat dei prezzi al consumo).

Sommando le quote annuali di TFR e le rispettive rivalutazioni percentuali si ottiene la cifra finale che viene versata alla persona che finisce il suo percorso lavorativo nell’azienda.

 

Tassazione TFR

La cifra totale uscita dal calcolo appena descritto è da considerare come lorda, perché anch’essa è soggetta a tassazione da parte dello stato.

Al trattamento di fine rapporto si applica la tassazione separata, quindi deve essere sottratta la quota dovuta al fisco italiano. Le tassazioni sono differenti se il TFR è versato in un fondo pensione o se è mantenuto in azienda.

Del calcolo delle tasse sul TFR si occupa l’Agenzia delle Entrate che prende in considerazione due pilastri legislativi:

  • L’articolo 2120 del Codice Civile riguardante la disciplina del trattamento di fine rapporto;
  • L’articolo 17 del TUIR riguardante l’indennità di fine rapporto.

L’applicazione delle leggi non è semplice e per conoscere perfettamente l’importo netto del TFR è meglio chiedere a chi si occupa della contabilità nell’azienda o a un professionista esterno a cui, però, bisogna fornire tutte le informazioni necessarie per il calcolo.

 

Anticipo sul TFR spettante

Esistono precise motivazioni per cui è possibile richiedere un anticipo sul trattamento di fine rapporto accumulato e sono:

  • Spese sanitarie rilevanti (terapie, interventi);
  • Spese dovute a congedi parentali o alla formazione del lavoratore;
  • Acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli.

Non è possibile richiedere la cifra totale messa da parte per l’erogazione del trattamento di fine rapporto, ma è possibile ottenere al massimo il 70%.

Inoltre, per avere questo anticipo il rapporto tra dipendente e datore di lavoro deve essere continuativo e avere una durata di almeno otto anni al momento della richiesta.

 

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